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| Tomco8. 06. 2025 18:57:27 |
Non mi rendevo conto che ci sono ancora luoghi con tale quantità di resti così ben conservati. Interessante! Probabilmente la remotità ha contribuito a che siano ancora lì dove sono . Che resti così. Mi salvo questo per il futuro per ora.
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| lubadar22. 06. 2025 04:50:06 |
Com'è la strada per Planina Zapleč?
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| darinka422. 06. 2025 05:00:33 |
La strada è distrutta. Non consiglio per veicoli bassi.
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| darinka422. 06. 2025 09:04:12 |
Descrizione del sopravvissuto alla valanga. Alla kot 1776. La vigilia di Natale ci ordinarono di essere estremamente prudenti, tuttavia i soldati poterono togliersi le scarpe. Il nemico diresse un pesante fuoco di artiglieria sulla nostra kot, che ripetutamente scatenava slavine, accumulandosi sulle nostre posizione con piccole valanghe. Alle dieci il tempo cambiò all'improvviso. Improvvisamente iniziò a nevicare forte. La nevicata coprì il cielo stellato, masse di neve ci seppellirono. In questo caos nella bufera, ululati e sibili della tempesta, all'improvviso baleni, seguiti immediatamente senza intervallo da tuoni. I fili telefonici si spezzarono. Da canne di fucili, granate a mano scintille. Fuoco di Sant'Elmo. Ci volle sforzo per calmare molti coraggiosi ragazzi e spiegare la posizione innocua. Avevano paura e sarebbero saltati fuori dal riparo nella notte tempestosa. Tuttavia ci mettemmo tutti le scarpe, allacciammo le giacche e molti indossarono anche mantelli. Poco dopo le 23:30 udimmo di nuovo ruggiti e fruscii. Prima ancora di riprenderci e poter gridare fummo circondati da orribile ululato e gemiti. In un secondo molti camerati si congedarono per sempre dalle fila della 2ª compagnia. Il mio riparo era in una cavità rocciosa. La massa della valanga prima la schiacciò e appiattì, poi mi trascinò nelle profondità. In mezzo agli ululati, fischi e lamenti sentivo come se il viso mi fosse ruotato sulla nuca. Provai freddo tagliente, udii grida isolate dei compagni. Poi il peso scese sul mio petto e la crosta mi tolse il fiato. Persi conoscenza, tutto era finito. Presto ripresi i sensi. Mi svegliai in una tomba ghiacciata. Sentivo me stesso respirare, il cuore battere. Sentivo di nuovo il viso al posto giusto. Giacevo sulla schiena. Respiravo a spasmi e convulsamente. Il corpo schiacciato, braccia rigide sulla schiena. Nonostante il terribile freddo alle gambe, cercai istintivamente di muoverle. Spinsi e picchiai, la paura mortale mi diede forza sovrumana. Agitai braccia e gambe nel gelo e vidi il cielo stellato. Niente più baleni. Tuoni e bufera svaniti. Ero libero e salvo. Perfino il mio orologio da polso funzionava. Sul quadrante luminoso segnava esattamente le 23:50. Quindi non era ancora mezzanotte. Solo allora ci rendemmo davvero conto di essere sopravvissuti e ci buttammo al lavoro. Piangevamo e pregavamo, scavavamo e salvavamo. Pochi avevano guanti, nessuno mantelli. Alcuni senza scarpe. Per fortuna avevano almeno calzettoni spessi o gambali. A -25 gradi di gelo con forze sovrumane senza attrezzi sollevammo puntelli, supporti di ferro e pietre e li allentammo. Poi raggiungemmo il magazzino attrezzi, anch'esso sepolto dalla valanga. Dopo fu più facile. Dalla caverna scavammo il medico. Era vivo e gridammo di gioia. Trovammo anche razzi segnaletici e chiamammo aiuto. La morte bianca prese 58 valorosi. 40 furono feriti gravemente o leggermente. E molti di loro morirono dopo per le conseguenze. In basso a Lepena, ai piedi delle posizioni che il nostro reggimento difese con tante vittime, nacque un cimitero dove seppellirono i cadaveri.
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